Archivio per l'anno 2009

Ogni anno 6 mila italiani muoiono di polmonite, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità. Ma la paura è che “proprio quest’anno, con l’aumento dei casi di influenza” dovuto alla pandemia da virus A/H1N1, “gli anziani verranno maggiormente colpiti dalla malattia”. A lanciare l’allarme è Federanziani, in occasione della Giornata mondiale della polmonite che si è celebrata ieri. L’associazione invita le Istituzioni a ricorrere alla vaccinazione anti-pneumococco “massicciamente”, per scongiurare un’impennata di decessi. In Italia – ricorda Federanziani in una nota – secondo i dati delle schede di dimissione ospedaliera pubblicati sul sito del ministero della Salute, nel 2007 ci sono stati circa 120 mila ricoveri per polmonite. Ma a questo dato andrebbero aggiunti tutti i casi di polmonite per i quali non è stato disposto il ricovero, di cui ad oggi non esiste alcuna stima nazionale. E quest’anno i timori legati all’infezione aumentano: “La polmonite, infatti – ricorda Roberto Messina, presidente di Federanziani – in molti casi insorge proprio come complicanza dell’influenza”. Anche Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università degli Studi di Milano, sottolinea come “tra tutti i casi di polmonite ben il 70% sia costituito da polmoniti secondarie, cioè da casi che insorgono come conseguenza di un’altra infezione”. In particolare, “nell’ambito delle polmoniti secondarie nel 95% dei casi il responsabile dell’infezione primaria è un batterio: lo pneumococco”. “Contro la polmonite da pneumococco – continua Messina – le armi a disposizione sono due: il vaccino e la terapia antibiotica mirata. Esiste però l’inconveniente che in una percentuale del 15-20% dei casi non si guarisce perché si è sviluppata una resistenza all’antibiotico somministrato”, avverte il presidente di Federanziani. Pertanto, invita l’associazione, è importante ricordare le linee guida dell’Oms secondo cui è fondamentale disporre di vaccini per la prevenzione della polmonite, che siano più efficaci delle alternative terapeutiche attualmente disponibili. Anche i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) americani hanno segnalato che, tra maggio e agosto di quest’anno, lo pneumococco è stato il batterio più riscontrato nei casi di decesso da infezione batterica subentrata all’influenza A. E qualcosa di analogo si è verificato nella pandemia Spagnola degli anni 1918-19, ricorda Federanziani: lo pneumococco è risultato il batterio responsabile del maggior numero di polmoniti mortali. In conclusione, dunque, “occorre che i decisori politici prendano atto di tutto ciò e utilizzino la vaccinazione preventiva massicciamente per porre fine a questa ‘mietitura’ di vite”.

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Fonte: MSFI

Dotare i centri sportivi di defibrillatori semiautomatici e mettere in sicurezza i campi di calcio, sia in allenamento sia in gara, incrementando la presenza di personale qualificato e accessoriandoli per garantire rapidi mezzi di soccorso. E’ questa la ricetta suggerita da Federanziani per ridurre le morti improvvise, dovute ad attacco cardiaco conseguente a sforzo fisico, per lo sport in Italia, visto che nel nostro paese il rischio è del 500% in più rispetto agli Stati Uniti. Secondo un’indagine condotta dalla Sanità in cifre (Sic), il centro studi dell’associazione – che sarà presentata nel corso del “Cedial Racing Cup 2009, II “Memorial Laura Nardoni” in corso da domani fino al 6 settembre a Tor San Lorenzo-Ardea (Rm) – la fase in cui gli sportivi sono più a rischio di morte improvvisa è durante l’esercizio fisico (79%). Non solo: su 224 casi accertati di morte improvvisa in seguito ad arresto cardiaco verificatisi negli ultimi 30 anni in Italia, più della metà è avvenuta in un campo di calcio.

La morte è sopraggiunta in atleti di basso livello agonistico nell’84% dei casi (solo nel 6,4% le vittime erano professionisti); durante l’allenamento nell’89% dei casi contro l’11% delle morti registrate in gara, mentre si era in piena attività sportiva (solo nel 3,6% dei casi il decesso è avvenuto prima di entrare in campo e nell’17,4% immediatamente dopo aver giocato). «Si è voluto analizzare il fenomeno delle morti improvvise nello sport – spiega Roberto Messina, Presidente del Centro Studi Sic di Federanziani - durante un Torneo di calcio per trovare soluzioni per contrastare il fenomeno». «Secondo gli esperti – conclude – una completa e accurata visita specialistica di idoneità sportiva può diminuire sensibilmente queste morti, mentre dotando i campi di defibrillatori e personale competente si può ripristinare un ritmo cardiaco senza che vi siano danni cerebrali».

4 dicembre 2009

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Fonte: Spy Sport

Ogni anno 6 mila italiani muoiono di polmonite, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità. Ma la paura è che “proprio quest’anno, con l’aumento dei casi di influenza” dovuto alla pandemia da virus A/H1N1, “gli anziani verranno maggiormente colpiti dalla malattia”. A lanciare l’allarme è Federanziani, in occasione della Giornata mondiale della polmonite che si è celebrata ieri.

L’associazione invita le Istituzioni a ricorrere alla vaccinazione anti-pneumococco “massicciamente”, per scongiurare un’impennata di decessi. In Italia – ricorda Federanziani in una nota – secondo i dati delle schede di dimissione ospedaliera pubblicati sul sito del ministero della Salute, nel 2007 ci sono stati circa 120 mila ricoveri per polmonite. Ma a questo dato andrebbero aggiunti tutti i casi di polmonite per cui non è stato disposto il ricovero, di cui ad oggi non esiste alcuna stima nazionale. E quest’anno i timori legati all’infezione aumentano: “La polmonite, infatti – ricorda Roberto Messina, presidente di Federanziani – in molti casi insorge proprio come complicanza dell’influenza”. Anche Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università degli Studi di Milano, sottolinea come “tra tutti i casi di polmonite ben il 70% sia costituito da polmoniti secondarie, cioè da casi che insorgono come conseguenza di un’altra infezione”. In particolare, “nell’ambito delle polmoniti secondarie nel 95% dei casi il responsabile dell’infezione primaria è un batterio: lo pneumococco”. “Contro la polmonite da pneumococco – continua Messina – le armi a disposizione sono due: il vaccino e la terapia antibiotica mirata.

Il primo si deve fare prima di contrarre la malattia, agli antibiotici si ricorre invece dopo essersi ammalati, con l’inconveniente però che in una percentuale del 15-20% dei casi non si guarisce perché si è sviluppata una resistenza all’antibiotico somministrato”, avverte il presidente di Federanziani. Pertanto, invita l’associazione, è importante ricordare le linee guida dell’Oms secondo cui è fondamentale disporre di vaccini per la prevenzione della polmonite, che siano più efficaci delle alternative terapeutiche attualmente disponibili. Anche i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) americani hanno segnalato che, tra maggio e agosto di quest’anno, lo pneumococco è stato il batterio più riscontrato nei casi di decessi da infezione batterica subentrata all’influenza A.

E qualcosa di analogo si è verificato nella pandemia Spagnola degli anni 1918-19, ricorda Federanziani: lo pneumococco è risultato il batterio responsabile del maggior numero di polmoniti determinanti i decessi. In conclusione, dunque, “occorre che i decisori politici prendano atto di tutto ciò e utilizzino la vaccinazione preventiva massicciamente per porre fine a questa ‘mietitura’ di vite”.
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Fonte: Vita di Donna

Oggi si è riunito a Roma il direttivo del centro studi composto da ematologi ed esperti di economia sanitaria del Centro Studi Sic di Federanziani, per presentare una ricerca conclusa esaminando e rielaborando alcuni dati contenuti nell’ultimo rapporto “Rapporto Sangue” dell’Istituto Superiore di Sanità.

Il Presidente Roberto Messina, presente alla riunione, nell’illustrare i dati del lavoro svolto dal gruppo, ha dichiarato: “Dobbiamo creare una banca per coprire le esigenze. La questione è duplice. Da un lato le esigenze sono sempre più impellenti: nella cura dei tumori oggi  si va sempre più in profondità, si fanno più operazioni per curarli del tutto, e per questo c’è bisogno di più sangue. Poi ci sono i trapianti, per esempio di fegato: anche per quelli serve sangue. Dall’altra parte abbiamo un parco donatori che è stabile, intorno ai 6500 per quello che riguarda l’istituto, ma che invecchia e quindi può donare meno. Da qui il dato che vede le donazioni diminuite del 15 per cento negli ultimi quattro anni”.
Nell’approfondire l’analisi della ricerca, il dato preoccupante che emerge nei dati dell’ISS, nel 2006 è che le unità segnalate come non utilizzate sono state in totale 479.032, con un incremento del 2,4% circa rispetto al 2005. Il 60% di esse è rappresentato dalle unità scadute nel servizio (83% piastrine); risultano aumentate del 7% le emazie scadute nel servizio, mentre sia il sangue intero (-13%) che le piastrine (-3%) sono diminuite. Le unità non utilizzate per cause tecniche, voce che include anche le unità usate per i controlli di qualità, sono aumentate del 26% e rappresentano il 25% delle unità non utilizzate totali.

Il 12% delle unità non è stato usato per cause correlate alla salute del donatore. In particolare, per quanto riguarda le emazie, emerge inoltre che il quantitativo più elevato di emazie non utilizzate riguarda le unità scartate per scadenza (aumentate del 6% rispetto alla precedente rilevazione) e le unità non usate per cause sanitarie e pari a circa 38.000 unità. Le emazie non utilizzate per cause tecniche rappresentano il 19% delle emazie non usate in totale e sono aumentate rispetto al 2005 del 18%; sono aumentate del 35% le emazie non utilizzate perché richieste e restituite dopo scadenza senza essere usate.

“Data la grande mancanza di sangue rimaniamo attoniti di fronte a simili dati, chiediamo pertanto al Ministro della Salute Sacconi di intervenire per evitare tale spreco nelle strutture ospedaliere, ed obbligare il personale sanitario a restituire le quantità di emazie nei tempi più consoni per permettere il riutilizzo per altri pazienti.

E’ emerso inoltre dal gruppo di studiosi, la necessità di proporre nuove strategie al fine di pensare seriamente ad una revisione del conto lavorazione non più nazionalizzata verso terzi, ma regionalizzata per andare incontro ai nuovi modelli sanitari incentrati sul federalismo sanitario”. Ha continuato Roberto Messina.

“Analizzando poi i momenti più critici nella donazione, si è visto che Gennaio e Agosto: tra ferie, festività che comportano qualche stravizio, che rende impossibile la donazione, e influenza invernale sono i mesi in cui ci si trova più alle strette”.

“Pertanto la proposta che ci sentiamo di lanciare alle Istituzioni per porre rimedio e sopperire alla mancanza nei periodi di carenza, è quella che prevede il congelamento del sangue: per poterlo trasfondere all’occorrenza. Il sangue donato altrimenti si conserva per un periodo di tempo limitato e poi non può più essere trasfuso. Per ora la congelazione si fa solo per il sangue del cordone ombelicale”.

Ha concluso Roberto Messina

Roma, 25/02/2009